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Impariamo dalle piante

Tre libri raccontano come il mondo vegetale può aiutarci a risolvere i nostri problemi personali, sociali e delle organizzazioni.

Siamo soliti dire che la lettura di libri, e soprattutto di saggi, ci permette di accrescere ed espandere la nostra conoscenza e cultura, ed è quello che si dice “il bello della lettura”. Meglio è quando un libro ti permette di guardare le cose sotto un’altra ottica; ancora di più se il punto di vista non è quello di un altro essere umano, ma proprio di un’altra specie.

In questo approfondimento tratteremo una serie di saggi sulle piante, sulla loro vita, sul loro corpo, la loro architettura e le loro strategie, che sono spesso diametralmente opposte a quelle animali e quindi alle nostre. Parleremo anche della carica innovativa del mondo vegetale e di come sia di profonda ispirazione non solo per l’architettura, la farmaceutica, l’ingegneria e la progettazione di sistemi complessi, ma anche sul nostro modo di ragionare, affrontare i problemi e gestire le organizzazioni con un’ottica di lungo periodo. E parleremo di come il mondo vegetale sia vitale per tutti noi, nonostante noi. Come forse avrete notato negli ultimi anni, l’argomento è diventato di dominio pubblico e sono usciti molti saggi che invitano ad esplorare e ad osservare con occhi diversi quello che da sempre ci circonda.

Se siete soliti frequentare i video delle TED Conference, non vi sarà sfuggito che uno dei rari nomi italiani che popolano i palchi del main stage californiano è Stefano Mancuso, scienziato di prestigio mondiale, professore all’Università di Firenze, a capo del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (LINV), docente in università giapponesi, svedesi e francesi e accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili. Mancuso è anche autore di una serie di interessanti volumi che ci introducono al mondo vegetale, tra cui il bestseller “Plant Revolution” (Giunti) e l’ultimo “L’incredibile viaggio delle piante” (Laterza).

In tutte le sue pubblicazioni Mancuso ci fornisce delle ottime motivazioni per osservare da vicino il mondo vegetale e prenderne ispirazione. Vediamone alcune.

Quel poco che conosciamo sulle piante è sbagliato

Iniziamo con una obbligatoria e fondamentale premessa. Le piante rappresentano la stragrande maggioranza di tutto ciò che è vivo su questo pianeta. Noi chiaramente tendiamo ad analizzare noi stessi, e al massimo il mondo animale, ma dobbiamo renderci conto che insime rappresentiamo circa lo 0,01% di ciò che è vivo sulla terra.

La verità, dice Mancuso, è che conosciamo ben poco delle piante e, spesso, quel poco è pure sbagliato. Ad esempio, siamo certi che quello vegetale sia un mondo silenzioso dove non vi sono relazioni sociali, in realtà le piante non solo sono grandi comunicatrici, ma organismi prettamente sociali, anche se interagiscono tra loro in modo differente dagli animali: ad esempio, la prima risposta animale a un problema è la fuga, le piante invece si difendono senza scappare, affrontano le difficoltà in modo differente.

L’incredibile viaggio delle piante

Stefano Mancuso

144 pp – €14,40

Edizioni Laterza

Inoltre siamo certi che le piante non si muovano. Anche questo è sbagliato, le piante non sono affatto immobili, si muovono molto, ma con tempi più lunghi (e le riprese con la time-lapse che permettono di velocizzare una settimana di vita in un minuto per vedere come si comportano, lo dimostrano). Stefano Mancuso sostiene che l’aggettivo corretto da usare è sessile: «un organismo sessile non può spostarsi dal luogo in cui è nato, ma può muoversi come e quanto più gli aggrada. È quel che fanno le piante e ciascuno di noi può rendersene conto dando un’occhiata alle migliaia di filmati accelerati che si trovano ormai dappertutto in rete».

Gli insegnamenti delle piante

Abbiamo un sacco di cose da imparare dall’osservazione del comportamento delle piante.Innanzitutto un necessario cambio di atteggiamento. Noi abbiamo la pretesa di considerarci come gli esseri migliori di tutto l’universo: innanzitutto noi siamo qui da 300mila anni e basta, mentre la stragrande maggioranza delle piante esiste da milioni di anni. In effetti le piante infatti non hanno fretta, ma hanno strategie di lunghissimo termine: l’insegnamento che ci danno quindi è quello di avere un pensiero veloce nell’operatività ma che deve recuperare una lentezza in termini strategici.

Poi dobbiamo imparare la loro plasticità e versatilità: in un contesto così burrascoso in cui siamo costretti a vivere – come le piante del resto, da sempre – dobbiamo essere pronti a modificare le nostre strategie personali e all’interno delle nostre organizzazioni. Il mondo vegetale ha un’intelligenza contestuale, quindi le piante riescono a cogliere il contesto modificando le proprie strategie sulla base della condizione in cui vivono.

C’è poi un fondamentale tema di organizzazione. Le piante non hanno organi, al contrario nostro e degli animali che ne hanno sia singoli sia doppi, interni ed esterni (un cuore, due polmoni, un cervello, due gambe etc..) ognuno dei quali con una funzione specifica. Le piante non hanno evoluto questi organi perché sono considerati dei punti deboli, e questo sarebbe un problema in quanto soggetti a predazione continua da parte di insetti e animali. Quindi hanno rivoluzionato la propria struttura e hanno diffuso su tutto il loro corpo le funzioni che noi uomini e animali concentriamo negli organi. Le organizzazioni che abitiamo sono sempre costruite per come noi siamo fatti, quindi c’è sempre un capo che governa gli altri organi attraverso una struttura gerarchica. Le piante invece hanno una organizzazione orizzontale, diffusa, che dura da milioni di anni.

L’altra grande differenza è che noi consideriamo gli animali e noi stessi come individui, cioè come singoli, mentre le piante sono sono organizzate come colonie, per loro è più importante la comunità. Singolare vs. plurale. «Organismi così differenti da noi devono essere osservati attraverso le lenti della comprensione, non della similitudine» scrive Mancuso. Ed è proprio grazie al vivere in comunità che riescono a risolvere gran parte dei loro problemi. E’ anche questa la loro grande forza.

La vita delle piante ci permette anche di fare un ragionamento sui migranti, ci racconta Mancuso, e di come questo sia, di fatto, un fenomeno inarrestabile, così come è la crescita e la propagazione delle piante che ogni volta trovano sempre nuove soluzioni e strategie per diffondersi nell’ambiente. Dalle spore delle felci disperse nel vento, dai semi propagati dagli animali per ingestione o attraverso appigli alla pelliccia, dispersi dall’acqua o per semplice caduta dalla pianta. Le piante sono in grado di portare la vita su isole sterili, riescono a viaggiare attraverso le epoche. Quelle delle piante sono storie straordinarie di pionieri, fuggitivi, reduci e combattenti.

Le piante maestre di innovazione

“Tutto ciò che puoi immaginare, la natura l’ha già inventato” era solito dire Albert Einstein. In fondo inventare, secondo la più pura accezione latina, significa “trovare, scovare nella natura”. Quindi per inventare, per trovare ciò di cui si ha bisogno, bisogna guardarsi attorno e saper osservare. Ciò che in fondo ha sempre fatto l’uomo, che sempre vede la natura come modello, come misura e come guida alla progettazione degli artefatti tecnici.

La natura e, in particolare, il mondo vegetale rappresenta quindi un deposito da cui attingere per rendere più efficiente il nostro mondo. Questo è il messaggio che sta alla base di “Erba Volant. Imparare l’innovazione dalle piante” un interessantissimo libro uscito più di tre anni fa per Codice Edizioni, ma ancora estremamente attuale, scritto da Renato Bruni, professore di Botanica/Biologia farmaceutica presso il dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Parma.

Erba Volant – Imparare l’innovazione dalle piante

Renato Bruni

235 pp – €15

Codice Edizione

“Erba Volant” è molto più di un semplice saggio, è piuttosto un invito all’esplorazione e ad osservare con occhi diversi quello che da sempre ci circonda. Alla base di tutto c’è la bionimetica, altresì chiamato il design bio-ispirato, ovvero l’attività di progettare e produrre materiali, sistemi e strategie ispirandosi e rielaborando i processi naturali.

Bruni racconta decine e decine di applicazioni della bionimetica che offrono soluzioni efficaci, sostenibili e rivoluzionarie per il nostro futuro. Ad esempio il velcro che è stato scoperto dall’ingegnere svizzero Jorges De Mistral, dopo una passeggiata nel bosco con il cane. De Mistral vide che al pelo dell’animale era rimasto attaccato un materiale fatto di tante palline difficili da staccare: si trattava di questi frutti di cardo alpino, caratterizzati da degli uncini elastici che si impigliavano. Così grazie all’aiuto di un amico chimico che produceva il nylon inventò il velcro che noi usiamo quotidianamente. Ma ci sono decine e decine di esempi: vernici repellenti lo sporco e le intemperie che imitano la superfici delle foglie del loto, i pannelli solari a base di clorofilla, piante carnivore che ispirano il funzionamento delle trappole luminose per le zanzare.

Il libro invita a guardare alla piante e alla natura non solo come un serbatoio di materie prime da sfruttare, ma come una fonte di saggezza frutto di una serie infinita di prove e tentativi. Ma nello stesso tempo ci suggerisce che la la biomimetica è vista come una panacea che in futuro risolverà tutti i mali: uno dei primi miti da sfatare è proprio questa idea che una soluzione che imita la natura sia automaticamente amica dell’ambiente. Perché anche nel nome del design bio-ispirato si progettano prodotti e soluzioni inutili o dannose: un esempio su tutti è il cemento armato che è stato brevettato da un giardiniere francese su imitazione della pianta del fico d’india. Quindi il problema centrale resta sempre l’essere umano.

La metafisica delle piante

Quando parliamo di piante è necessario fare una riflessione più analitica sulla loro esistenza e sul profondo rapporto, spesso inconsapevole, che abbiamo con esse. Ed è quello che spiega Emanuele Coccia, professore associato all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, nel suo libro “La vita delle piante” (Il Mulino) in cui si afferma la verità nero su bianco, ovvero che le piante detengono il potere di vita o di morte su ogni animale. Noi siamo dipendenti dal mondo vegetale. Al contrario delle piante, infatti, che sono energeticamente autonome, gli animali debbono provvedere alle proprie necessità energetiche mangiando.

La vita delle piante – Metafisica della Mescolanza

Emanuele Coccia

160 pp – €14

Il Mulino

Il miracolo che affranca le piante dalla schiavitù di doversi nutrire di altri esseri viventi si chiama fotosintesi clorofilliana: una serie di reazioni ancora non perfettamente chiarite dalla scienza in tutti i loro dettagli che permettono alle piante di sfruttare l’energia del sole per produrre energia chimica. Tutto l’ossigeno che respiriamo e ogni alimento di cui ci nutriamo proviene, spiega Coccia, da questo miracoloso processo che permette di catturare l’energia luminosa del sole, di trasformarla in energia chimica (zuccheri) e di avere come prodotto di scarto della reazione l’ossigeno. Quindi la fotosintesi è, in poche parole, il motore della vita sulla Terra.

Nonostante questo, le piante sono trattate come dei rifugiati (ecco ancora la metafora sulla contemporaneità) chiusi in zone di permanenza temporanea: escluse e trascurate, tollerate appena come decoro delle nostre strade o delle nostre case. Anche se sono state tra i i primi viventi a occupare la terraferma, a colonizzare le sue superfici, a trasformare questo pianeta in spazio abitabile per tutti noi animali che lo abitiamo con rara e meschina arroganza e supponenza.

Michele Boroni

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